|
La violenza
della tortura tecnologica ha una peculiarità che la rende terribile: la sua
diffusa incredibilità. In pochissimi sono a conoscenza di queste forme di
tortura, quasi nessuno crede all’esistenza del controllo mentale e la maggior
parte dei “bravi cittadini” ritiene che le armi ad energia esistano solo sui
film di fantascienza.
Possiamo semplificare lo scetticismo verso chi denuncia queste violenze in
due settori: lo scetticismo in “buona fede” e quello in “malafede”.
Naturalmente le due scuole di diffidenti spesso si intrecciano e non è sempre
possibile distinguere gli appartenenti dell’uno e dell’altro settore.
Lo scetticismo in buona fede trova le sue ragioni nella stessa mentalità
occidentale moderna, in una filosofia che crede nell’indipendenza della mente
dalla materia di cui è costituita, che la elegge a qualcosa di superiore, di
“disincarnato” rispetto al corpo. Tutti noi nasciamo in questo ambiente
culturale e tutti noi troviamo delle enormi difficoltà nel riconosce che il
pensiero umano possa essere intercettabile o che il dolore possa essere
trasmesso secondo mezzi non palesemente meccanici.
Questa legittima diffidenza viene smentita da prove talmente evidenti che non
riconoscerle richiede, appunto, malafede; da aggiungere inoltre che più è
intelligente, colta, informata, progressista la persona che non riconosce
tali prove, più è grande la sua malafede.
Parliamo di un giornale in particolare: Il Manifesto. Il Manifesto è un
giornale di sinistra, Il Manifesto è un “quotidiano comunista”, Il Manifesto
è un organo di informazione alternativo e progressista. Perché un
giornale come Il Manifesto ha totalmente oscurato la lotta delle vittime
delle armi elettroniche e mentali contro i loro carnefici? Perché un giornale
come Il Manifesto, che a suo tempo aveva pur scritto qualcosa sul “caso
Dorigo”, quando questi si trovava in carcere, oggi che Paolo è fuori e ha
delle lastre con evidenti corpi estranei non scrive nulla? Perché un giornale
come Il Manifesto non ha parlato del fatto che a Paolo Dorigo venisse negato
il diritto all’espatrio? Perché un giornale come Il Manifesto ha trascurato la
piccola notizia che se espatriato Dorigo avrebbe potuto estrarre i corpi
estranei? Perché un giornale come Il Manifesto non ha scritto nulla sulle
quasi quaranta vittime censite dall’AVae-m? Perché un giornale come Il
Manifesto non ha scritto nulla sulle loro lastre? Perché un giornale come Il
Manifesto non ha trovato interessante dare spazio al caso sollevato dall’ex
economo di Montecitorio, Maurizio Bassetti, che ha denunciato pubblicamente
persone note (come Napolitano e Bertinotti) e meno note (come Colucci e la
sua banda)? Perché un giornale come Il Manifesto non ha ritenuto importante
dare la notizia nel momento che questa persona che ha denunciato i suddetti
“pezzi grossi” veniva aggredita e spiata? Perché un giornale come Il
Manifesto non ha ritenuto importante dire che questo sconosciuto, che però ha
fatto sobbalzare mezzo parlamento, denuncia di essere vittima di tortura
tecnologica?
Parliamo di prove: le ammissioni dell’ex presidente USA Bill Clinton
sull’esistenza di esperimenti che avevano come finalità il controllo mentale
e le pubbliche scuse alle vittime, le decine di lastre con evidenti corpi
estranei fotografate nelle scatole craniche (e non solo) di numerose vittime,
le analogie di tempi e sviluppi del controllo mentale in tutte le vittime, i
referti psichiatrici che dichiarano sane tutte le vittime.
E qui siamo “solo” al controllo mentale. Rivolgiamo per un momento
l’attenzione verso le armi ad energia, cosa molto e molto più semplice:
esistono pistole ad energia come il Taser che possono essere acquistate
pubblicamente in internet, esistono armi usate dall’esercito degli Stati
Uniti recentemente in Iraq, è stata pubblicamente diffusa nei giorni scorsi
la notizia che l’esercito americano sta sperimentando un grande cannone ad
energia per le guerre del futuro. Quest’ultima notizia è finita sui
telegiornali e suoi giornali giovedì 25 e venerdì 26 gennaio.
La domanda è banale: perché non sarebbe possibile con strumenti del genere
tormentare l’ex economo della Camera dei Deputati per farlo pentire delle sue
denunce sui palazzi fatiscenti acquistati a prezzi esorbitanti?
Naturalmente non avrei preteso da Il Manifesto che la sua redazione avesse
pubblicamente assunto le posizioni dell’Associazione Vittime armi
elettroniche e mentali, ci mancherebbe! Mi sarebbe bastato da un organo di
informazione – da qualsiasi organo di informazione! – un trafiletto ogni qual
volta una vittima pubblicava le sue incredibili lastre, mi sarei accontentato
di articoli decenti durante l’ultimo sciopero della fame di Dorigo, o per lo
meno un po’ di squallido scandalismo per le denunce di
Bassetti… almeno quello! Invece no. Perché no? Le prove come detto ci sono.
La certezza della possibilità di queste torture è dimostrata dalle ammissioni
di Clinton e dagli articoli su tutti i giornali delle sempre più sofisticate
armi ad energia. Perché allora gli stessi giornali non parlano delle
applicazioni che queste armi possono avere nella vita di tutti i giorni e del
fatto che c’è qualcuno che dice di subirne l’uso?
La risposta è che evidentemente gli organi di informazione o sono ricattati
dai signori torturatori o sono loro complici. Il Manifesto in particolare è
legato a certi strani personaggi dello Stato, inoltre in questa fase è molto
subdolo e strisciante nei confronti del potere e più nettamente del Governo.
Vediamo questi aspetti uno ad uno.
LA DIFESA DI POLLARI
Nicolò Pollari è stato fino a poche settimane fa
il capo del SISMI, il servizio segreto militare italiano. Il SISMI sotto la
sua guida è caduto in una serie di gaffe, di abusi e di illegalità (secondo
le stesse norme insane dello Stato), ma egli ne è sempre uscito in piedi
poiché non sapeva mai nulla.
Di qui il dilemma che quando il dirigente del SISMI non sa nulla delle
porcherie dei suoi sgherri o è un incapace o mente. Ma di questo ho già
parlato in un precedente articolo.
La cosa squallida che lega questo losco personaggio a Il Manifesto è una
serie di prese di posizione alquanto ambigue da parte di alcuni membri della
sinistra e dello stesso “quotidiano comunista”. Ci sono molti documenti, in
questo momento ho tra le mani l’intervista di Valentino Parlato, uno dei
fondatori del quotidiano, in cui, sul Corriere della Sera del 6 dicembre
2006, difende a spada tratta il boss del SISMI affermando che "Nicolò è
stato buttato via come gli eroi ormai inutili". Evidentemente per
Parlato sequestrare e torturare una persona non è un crimine abbastanza grave
per far decadere un "eroe" e perde ancora di più la sua gravità se
c’è il permesso del Governo.
Il signor Pollari in realtà non ha fatto poi una brutta fine, diciamo che se
l’è cavata meglio del povero Abu Omar sequestrato e torturato dalla CIA e con
la probabile complicità del SISMI. Pollari da parte sua fa il ricco
Consigliere di Stato. E’ vero ha un processo in corso, ma anche li se la sta
cavando bene: la difesa sostiene che le prove della sua innocenza sono
vincolate da Segreto di Stato e quindi egli non può difendersi. Inoltre
sembra che il governo stia preparando per l’"eroe" Pollari, come lo
definisce Parlato, una legge “ad personam” stile berlusconiano all’interno
della riforma dei servizi per salvarlo dal processo, infine si consideri la
guerra che il Governo ha dichiarato ai magistrati di Milano che indagano
contro l'"eroe" nero Pollari con continue ingerenze del Ministro
Mastella e del Consiglio dei Ministri in generale.
Il fatto che le giustificazione di Pollari per la vergognosa vicenda di Abu
Omar sia un Segreto di Stato è una chiara dimostrazione che il Governo, sia
quello passato che quello presente, sa e che preferisce nascondere. E Il
Manifesto, naturalmente, si schiera con il Governo.
GLI ZERBINI DEL GOVERNO
Il Manifesto, ricordiamo, sta fallendo. Ogni
tanto vengono organizzate serate di beneficenza per salvare il giornale e
chiaramente aggrapparsi al Governo, ora che i “compagni” sono al potere, è
una possibilità che non può essere persa.
Non è un caso che il “quotidiano comunista” abbia perso negli ultimi mesi
quel pochissimo spirito critico che gli era rimasto. Ormai le notizie di
contestazioni, le continue scissioni e fuoriuscite di compagni nei partiti di
governo non fanno più notizia.
Purtroppo anche noi che denunciamo la tortura tecnologica, che non prendiamo
soldi e abbiamo pochi strumenti a disposizione, dobbiamo fare i conti con il
fatto che, drammaticamente, temi così terribili per essere divulgati devono
comunque riuscire ad entrare negli squallidi calcoli degli opportunisti.
E’ chiaro quindi che se l’ex economo di Montecitorio tira in ballo Napolitano
e Bertinotti, Il Manifesto mai darà spazio alle denunce di questa persona,
poiché la sopravvivenza economica del giornale dipende in maniera essenziale
dal servilismo nei confronti della 1° e della 3° carica di questo
maledettissimo Stato.
DALLA PARTE DELL’ORDINE COSTITUITO
Più in generale il giornalismo opportunista non
può fare a meno che schierarsi dalla parte dell’ordine costituito: ovvero
dalla parte della “Democrazia”, dalla parte della “Repubblica” dalla parte
delle Istituzioni, dalla parte del Parlamento, dalla parte della polizia, dei
carabinieri e dell’esercito. La tortura tecnologica è una di quelle brutalità
che se dimostrata implica necessariamente l’abbandono e la distruzione
dell’intero ordine costituito.
Mi spiego meglio, la tortura tecnologica è un crimine tale che non può essere
commesso in un paese democratico, non può ergersi a difesa delle istituzioni,
non può essere applicata dai servitori dello Stato. Nel momento che in
Italia, paese che rifiuta ufficialmente tortura e pena di morte, ci sono un
vero e proprio esercito di torturatori che perseguitano decine, forse
centinaia di torturati, li istigano al suicidio, li massacrano con
ultrasuoni, è chiaro che il suo proclamato spirito umanitario perde di
credibilità. Nel momento che in Italia, ci sono medici, servizi segreti, secondini,
esercito e polizia coinvolti nelle torture, il loro proclamato servizio verso
i cittadini si rivela in realtà per quello che effettivamente è: un organo
repressivo al servizio del potere. Quando poi, addirittura, tali orribili
strumenti di violenza vengono usati per proteggere le più alte cariche dello
Stato dagli scandali, sono le stesse istituzioni che perdono definitivamente
la faccia.
Naturalmente Il Manifesto pur essendo un “quotidiano comunista”, non è un
organo rivoluzionario. Il Manifesto, al pari degli altri giornali “di massa”,
crede che in Italia esista una sostanziale democrazia, che questa democrazia
sia accettabile, che il Governo sia legittimo e che le Istituzioni siano
sacre. Il Manifesto, perfettamente in linea con il “politicamente corretto”
di sinistra, rappresenta, nella sua redazione e nei suoi lettori, la linea di
pensiero dell’intellettuale medio di sinistra, con un reddito decente, una
cultura medio-alta, una passione politica che supera l’indifferenza e si
dirige verso il progressismo.
Non rappresenta chiaramente il punto di vista dei popoli in rivolta contro
l’imperialismo, nè rappresenta quello dei centinaia di morti ammazzati ogni
anno nelle italiche galere; rappresenta solo un poco le opinioni delle
popolazioni locali in rivolta contro questo o quello scempio, e se lo fa lo
fa perché troppo diffuse sono le rivolte da fare necessariamente
notizia.
In poco parole: se la tortura tecnologica dovesse essere dimostrata e
pubblicamente veicolata, se lo Stato che la usa dovesse dunque implodere, le
Istituzioni che ne beneficiano necessariamente decadere, Il Manifesto, come
la maggior parte dei giornali attualmente in edicola, perderebbe la sua
ragione di esistere.
AMICI SOLO DEI SOLDI
I veri compagni de Il Manifesto sono i soldi.
Per non chiudere, ovvero per i soldi, sviolinano al Governo. Pensiamo che la
SOLA notizia data da Il Manifesto durante l’ultimo sciopero della fame di
Paolo Dorigo è stata data a pagamento. In altre parole Il Manifesto
prostituisce le sue pagine al miglior offerente, nella maggior parte dei casi
questi è il movimento intellettuale politicamente corretto di sinistra, ma se
c’è qualcuno che tira fuori l’assegno non disprezza nuovi compagni.
Quando quindi il capogruppo del PRC al Senato Russo Spena, da sempre
(stranamente per la sua posizione di bertinottiano, di votante delle missioni
in Libano e Afganistan, e di finanziarie confindustriali e militariste)
solidale con Paolo Dorigo ha lanciato il suo appello (che io stesso e molti
altri abbiamo firmato) si decise di pagare Il Manifesto per poter vedere
quell’appello pubblicato come
inserzione pubblicitaria. Una delle peggiori dimostrazioni di opportunismo.
Nel frattempo le torture sono continuate, altre vittime hanno prodotto
lastre, sono aumentati i casi censiti dalla loro Associazione, alcune di loro
si sono viste convocate dalla polizia per lunghi ed umilianti interrogatori,
altre hanno subito tentavi di ricovero coatti, ma tutto nel silenzio più
totale. Probabilmente non c’era più nessuno disposto ad acquistare gli
articoli.
QUANDO MANTOVANI PRECISO’SU ANARCOTICO
La maggior parte delle persone che si incontrano
per strada, nei luoghi di lavoro, a scuola, nei circoli di partito come nelle
manifestazioni anarchiche, nelle assemblee autogestite come nei cinema, non
sanno e non hanno mai sentito parlare della tortura tecnologica. Come dicevo
all’inizio si potrebbe parlare di una diffidenza in buona fede in questi
casi.
Non è la stessa situazione della stampa, dato che è impossibile che i
giornalisti non siano a conoscenza che ci sono in Italia decine di persone
che denunciano essere vittime di tortura tecnologica, che c’è un uomo come
Bassetti che ha denunciato le truffe di Montecitorio o uno come Dorigo che è
il primo carcerato in Italia che viene liberato su ordine dell’Europa perché
ha subito un processo ingiusto e che denuncia da anni di essere vittima di
controllo mentale.
I giornalisti non possono non sapere. Se inoltre si osserva il processo
normale con cui in TV e nei quotidiani si evolvono gli scandali, il
sostanziale stallo mediatico della tortura tecnologica appare alquanto
innaturale; vi deve essere una forza artificiale che freni il diffondersi di
questo scandalo, facendo pressione sui media e usando come leva il potere
dello Stato.
Il Manifesto in particolare segue con molta attenzione il caso Dorigo, o
almeno ci sono dei giornalisti
particolarmente interessati. Lo segue talmente bene da leggersi costantemente
gli articoli che vengono pubblicati anche su siti internet non
particolarmente conosciuti, al di fuori dell’ambiente anarchico e
antagonista, come www.anarchaos.it
e il vecchio www.anarcotico.net
.
Ricordo che Alessandro Mantovani quattro anni fa precisò su anarcotico ad uno
dei primi articoli apparsi sul caso Dorigo, il mio primo articolo in assoluto
sulla tortura tecnologica e il controllo mentale. Allora io scrivevo ancora
su Il Rivoluzionario, una rivista scritta da ragazzini di appena 15 e 16
anni, che usciva in forma cartacea a Spoleto e online prima su anarcotico e
poi su anarchaos, rivista che poi si espanse molto con un notevolissimo
successo di pubblico e con interventi da tutta
Italia.
L’articolo si intitolava “Chi ha paura di Paolo Dorigo?”. In esso riepilogavo
la sua vicenda e le prove da lui portate, ricordando lo strano fenomeno del
suo orecchio che invece di fare 200 hz di acufeni ne segnalava 1000,
sottolineando il fatto che ben tre psichiatri lo avevano riconosciuto sano di
mente. Allora Paolo si trovava in galera e nella sua vicenda mancavano le più
interessanti prove fino ad ora prodotte, ovvero le lastre. In
quell'articolo attaccavo violentemente la stampa, in particolare la stampa di
sinistra, come Il Manifesto e Liberazione, per il silenzio sul controllo
mentale. Feci diverse citazioni delle parole dell’avvocato Vittorio Trupiano
e ce ne fu una in particolare che non piacque a Mantovani, il quale scrisse
ad anarcotico e ingiunse, in nome della legge del diritto di replica sulla
stampa, il sito e il nostro “mensile di politica e pensieri filosofici” a
pubblicare la sua precisazione: Mantovani affermava di non aver mai letto una
lettere che Trupiano gli aveva scritto e che noi avevamo pubblicato.
Questo episodio dimostra che già da almeno quattro anni Il Manifesto conosce
il caso Dorigo, non solo da un punto di vista giudiziario, ma anche
specificamente sulla questione del controllo mentale. Perché allora tutto
questo silenzio? In quattro anni di lezioni su come prevenire il diffondersi
della controinformazione sulla tortura tecnologica evidentemente Il Manifesto
ne ha ricevute molte.
Quella precisazione di Mantovani è stata infatti un grave errore tattico,
costringendo un ragazzo di 16 anni a modificare la sua rivista sconosciuta e
dimostrandogli quanto era pericoloso e osservato in certi ambienti il caso
Dorigo, spingendomi ad andare avanti in una lotta di cui ora sono
orgogliosamente uno dei militanti più impegnato.
Oggi c’è semplicemente il più assordante silenzio, evidentemente c’è qualche
bravo consigliere che invita la stampa ad ignorare certe notizie. E anche se
ora Dorigo è libero, le vittime di queste torture si sono moltiplicate, ci
sono decine di lastre, sono coinvolte, chi più chi meno direttamente,
altissime cariche dello Stato, ora paradossalmente si parla molto di meno di
controllo mentale e tortura tecnologica. Ecco ciò che intendo per evoluzione
mediatica innaturale riguardo a questo scandalo.
L’OMBRA NERA SULLE LASTRE DI DORIGO
Passiamo alla storia più recente. Voglio
ricordare un pessimo episodio avvenuto alla vigilia del presidio organizzato
dall’Associazione Vittime armi elettroniche e mentali e dal Coordinamento
contro le torture elettroniche e carcerarie sotto il parlamento di
regime.
Pochi giorni prima della nostra storica manifestazione a Montecitorio, una
vittima ha avuto una conversazione telefonica con un noto giornalista de Il
Manifesto. Per ora, preciso, non posso fare nè il nome della vittima nè
quello del giornalista, nel primo caso per rispetto verso una delle persone
che ora sono più tormentate da queste “torture democratiche”, nel secondo
perché c’è una maledettissima legge (come ogni forma di legge) che me lo
impedisce. Non posso essere più chiaro, ma i compagni
più attenti avranno già capito di chi sto parlando. In sostanza questo
noto giornalista de Il Manifesto,
invitato dalla vittima a partecipare al presidio e a scrivere qualcosa su di
esso, declinò l’invito esprimendosi con le seguenti testuali parole:
"Fin quando Dorigo era in carcere e sussisteva la contraddizione tra le
leggi italiane, per le quali egli era un terrorista, e le norme europee, che
lo reputavano innocente allora aveva una ragione parlare del suo caso".
Le posizioni del “quotidiano comunista” sono chiare e non meritano commenti,
solo disgusto. ATTENZIONE: " A noi non ci è mai importato nulla della
tortura tecnologica, eravamo e siamo interessati solo al caso giudiziario.
Io, personalmente, ritengo che nelle lastre di Dorigo ci sia un’ombra
nera"
Di quale
ombra nera parla il noto giornalista? E’ una figura retorica o si tratta di
un’ombra fisica, un’irregolarità delle lastre? Non ci è dato saperlo. Preciso
che io sono venuto a conoscenza di questa
dichiarazione, amichevole e informale, solo pochi minuti dopo che essa è
stata pronunciata. Ho tenuto il segreto per tutto questo tempo, non ne ho
parlato neanche con lo stesso Dorigo, al quale chiedo scusa, ma sono certo
che un giorno verranno chiarite le ragioni di questa attesa. La mia reazione
immediata è stata di ira, ho detto alla vittima che la presenza di questi
personaggi non era gradita alla manifestazione e che se fossero venuti,
allora era meglio che restassi a casa io, poiché avevo intenzione di
spaccargli la faccia e avrei rovinato tutto.
Ora che le acque sono più calme è venuto il momento di scrivere tutte queste
cose. Adesso tocca alla stampa di regime giustificare come ha fatto a tacere
sulle lotte contro la tortura tecnologica, malgrado l’enorme rilevanza che
esse hanno nella vita di questa società. Soprattutto invitiamo i torturatori
e i loro complici ad avere paura, perché la verità sembra ogni giorno sempre
più vicina.
|