BERGAMO
- Era una delle «star» più attese John Donoghue ieri alla quinta edizione di
BergamoScienza, festival di divulgazione scientifica che andrà avanti fino al
21 ottobre con conferenze, tavole rotonde, mostre, incontri con gli studenti.
Famoso come un «mago» questo Donoghue, visto che è riuscito a tradurre in
realtà la (finora) fantascientifica idea che si possano compiere azioni
soltanto con la forza del pensiero. A 57 anni il professore di neuroscienze della
Brown University di Rhode Island è uno dei ricercatori di punta nell'ambito
della protesi neurali, ovvero di quelle astruse macchine che cercano di creare
un dialogo fra il cervello umano e sofisticati algoritmi informatici. Il
successo per Donoghue arriva nel luglio dello scorso anno quando la rivista
Nature pubblica in copertina la foto del venticinquenne Matthew Nagle, il primo
tetraplegico che grazie ad un microchip impiantato nel cervello (una
piastrina-sensore di 4 millimetri per 4 appoggiata sulla corteccia cerebrale,
capace di insinuare nella sua profondità un centinaio di elettrodi) riesce a
spedire una email o a giocare con un videogame. Il ponte operativo con il mondo
esterno è un processore capace di tradurre in comandi per il cursore del computer
gli impulsi nervosi del cervello di Matthew rilevati dagli elettrodi e
trasportati fuori dal cranio da un cavo ben visibile sulla sua testa (da qui il
nome di uomo bionico). Tutto ilsistemaha unnome suggestivo, BrainGate, una
«porta» per il cervello. Inevitabile che dopo tanto clamore la prima domanda
che gli rivolgiamo, incontrandolo a Bergamo, sia sul seguito di queste sue
ricerche che sfidano la corporeità cercando di trovare strade di comunicazione
alternative.
Professore Donoghue,
come stanno andando avanti gli esperimenti con il BrainGate? Lo sta provando su
altri pazienti? «Al momento attuale sono in corso due studi pilota che devono
sperimentare la sicurezza elepotenzialitàdi BrainGate finanziati dalla Company
di cui sono fondatore insieme ai miei collaboratori, la Cybernetics
Neurotechnology Systems che ha sede nel Massachusetts. Questi studi, che
coinvolgono cinque pazienti ciascuno, sono stati approvati dalla Food and Drug
Administration (l'ente federale che in America regola farmaci e dispositivi
medici, n.d.r) e dai comitati etici degli ospedali coinvolti negli esperimenti.
Si tratta di persone paralizzate; quelle che partecipano al primo studio lo
sono diventate in seguito a traumi spinali, ictus o distrofia muscolare; il
secondo riguarda malati di sclerosi laterale amiotrofica. Fino ad oggi
BrainGate è stato impiantato in quattro pazienti tetraplegici, due in seguito
ad un trauma spinale, uno colpito da sclerosi laterale, un altro, ancora,
reduce da un ictus. Se questo lavoro darà buoni risultati, ne faremo partire
uno su più larga scala che richiederà, ovviamente, l'approvazione dell'ente
sanitario federale. La nostra ambizione è quella di restituire loro controllo,
indipendenza e possibilità di comunicare».
Finora siete riusciti
a tradurre i messaggi operativi del cervello in comandi per il cursore del
computer, ma si potrà con il solo pensiero muovere un arto artificiale e con
una certa precisione? «Ne sono convinto. Uno dei pazienti che ha partecipato a
questi studi pilota è riuscito attraverso un braccio robotico ad afferrare una
fetta di dolce e a trasferirla nelle mani di un'altra persona. Visto il
successo di quest'esperimento, abbiamo cominciato a lavorare all'idea di
associare BrainGate ad uno stimolatore muscolare in modo da ricostruire il
percorso che in condizioni normali fa sì che il movimento "pensato"
si traduca in una contrazione muscolare. Pensiamo per ora a gesti semplici come
prendere in mano una tazza e portarla alla bocca. Ma noi siamo molto, molto,
più ambiziosi: abbiamo la presunzione di arrivare a garantire alle persone
paralizzate il controllo delle gambe e della braccia. Condizione indispensabile
per questo è la miniaturizzazione di tutto il sistema: a questo proposito
abbiamo in corso un progetto finanziato dai National Institutes of Health e
dalla mia Company per trasformare BrainGate in una specie di pace-maker,
eliminando i fili e tutti gli ingombranti accessori indispensabili oggi. Ci
vorranno molti anni per tutto questo, ma sento che siamo sulla strada giusta».
Ma quando è realistico
ipotizzare che BrainGate entri nella pratica clinica? C'è chi dice che avverrà
in una manciata di mesi, ma che sarà molto costoso... «Non faccio previsioni.
Il prezzo? Finché non saremo vicini alla commercializzazione, credo che abbia
poco senso parlarne».
Altre neuroprotesi
sono allo studio per restituire una qualche forma di vista ai ciechi e
consentire ai sordi di sentire. Anche in questo ambito pensa che il successo
sia garantito, sia, in sostanza, solo questione di tempo? «Gli impianti
cocleari per i sordi sono già una realtà: hanno ridato l'udito a più 100.000
persone nel mondo. Una protesi per restituire la vista è già in
sperimentazione: sei persone l'hanno riacquistata, seppur in modo parziale
grazie a questi dispositivi. Sì, sono convinto che questi "bioibridi"
fra sistemi biologici e fisico-elettronici siano la grande promessa — e
scommessa — per il futuro». Franca Porciani ‘ Dopo il caso di Nagle abbiamo
impiantato il dispositivo ad altri quattro tetraplegici e nuovi tentativi sono
in corso ‘ Sono convinto che questi «bioidridi» fra sistemi biologici e fisici
siano la grande scommessa del futuro