Gene Stephens ( stephens-gene@sc.edu ) insegna criminologia al College
of Criminal Justice dell'Università del South Carolina. E membro della World
Future Society ( http://www.tmn.com/wfs/ ), una organizzazione scientifica
fondata nel 1966 che raccoglie 30.000 membri interessati allo studio degli
sviluppi tecnologici e sociali della società del futuro. E' inoltre redattore
della Rivista The Futurist, mensile diffuso dalla stessa WFS, che pubblica
articoli sugli scenari, le tendenze, le previsioni sul futuro redatti da
studiosi provenienti da ogni parte del mondo.
· Stephens,
Gene. 1996. The Future Of Policing: From A War Model To A Peace Model. pp.77-93.
In Maguire, Brendan, and Rodosh, Polly F. eds. The Past, Present, and Future of
Criminal Justice. Dix hills, NY: General Hall.
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Gene. 1992, May-June. Drugs and Crime in the 21st Century: New Approaches to Old
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Gene. 1987. January-February. Crime and Punishment. Forces Shaping the Future.
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21(1):18-23.
Chicago, 21/07/
1998
Un mondo
sotto controllo: le nuove tecnologie anticrimine
· Che cosa hanno in comune il DNA e il
codice a barre? E’ possibile rimanere sobri pur bevendo grandi quantità di
alcol? E’ possibile che qualcuno osservi ogni minuto della nostra vita senza che
ce ne accorgiamo? E’ possibile invecchiare di venti anni un giovane, e renderlo
in questo modo innocuo? Possiamo costringere una persona, con sensori installati
su alcune aree cerebrali, a richiamare a memoria un dato evento? E’ possibile
entrare nella testa di un criminale? A queste ed altre domande Stevens risponde
descrivendo dettagliatamente tutte le più moderne tecnologie anti crimine oggi
presenti sul mercato o in via di sviluppo. Questi strumenti renderanno possibile
un controllo capillare e sempre più accurato della criminalità e della violenza.
Teoricamente sarà possibile sconfiggere la criminalità con le più avanzate
tecnologie. L’intervistato sostiene che attraverso l’ingegneria genetica che
egli considera la tecnologia definitiva potremo arrivare, con la manipolazione
del gene, a creare “il tipo umano non criminale” e avere una società interamente
libera dalla violenza. (1) .
· Secondo Gene Stevens la tecnologia è sì
in grado di garantire sicurezza ma essa non può rappresentare una risposta a
quel tipo di sicurezza che ha un significato più vicino a quello di qualità
della vita, a un senso di integrazione armoniosa nella comunità (2) .
· Ma qual è il prezzo che si deve pagare
per rispondere con queste tecnologie alla fine della violenza? Troppo alto
secondo Stevens che identifica tre principali conseguenze nella “sorveglianza
tecnologica”: la perdita della privacy, le applicazioni violente di queste
tecnologie antiviolenza, e infine il problema della disumanizzazione, il
trattare cioè la gente non come individui ma come elementi di un gregge da
controllare (3) .
· Secondo Stevens gli alti rischi che
l’adozione delle tecnologie di sorveglianza comporta debba indurre a un
ripensamento del modo di intendere il crimine. Bisogna abbandonare il “paradigma
militare” su cui poggiano le tecniche anticrimine che partono dalla premessa di
“combattere il crimine”, in favore di un “paradigma pacifico” che punti a una
collaborazione fra la tutela dell’ordine e i cittadini (4) .
· Lo studioso riconosce nel modello di
comunità una valida alternativa per combattere la violenza senza affidarci
completamente alla tecnologia. Un modello che ha le sue origini nella Londra del
1929 in cui la polizia aveva lo scopo di mantenere un ordine pacifico
all’interno della comunità di cui si occupava. L’idea è far sì che la gente
conosca il proprio vicino per non averne paura (5) .
· Lo studioso auspica che in futuro si
possa perseguire un “paradigma pacifico” anche se vi sono molti più interessi a
promuovere il modello militare (6) .
Domanda
1
La sua ricerca è dedicata agli strumenti tecnologici di controllo
di criminalità e violenza. E’ possibile, e come, che le nuove tecnologie pongano
fine alla violenza criminale?
Risposta
Siamo senz’altro in grado di farlo. Possediamo alcune tecnologie
nuovissime, e altre sono in via di sviluppo, che hanno un grande impatto sulla
violenza. Fra quelle già a nostra disposizione, ad esempio, abbiamo sistemi che
consentono di vedere e ascoltare attraverso le pareti, e che ci consentono di
controllare quello che avviene in un dato ambiente a distanza di chilometri.
Abbiamo già oggi, insomma, una tecnologia di sorveglianza assolutamente
straordinaria.
E’ già testato in
alcuni aeroporti statunitensi, un nuovo sistema radar che ricorda molto una
scena del film Total Recall, grazie al quale possiamo controllare cosa si celi
sotto gli abiti, che si tratti di un coltello o di qualsiasi altra cosa; il che
consente di controllare la presenza di armi senza dover fare perquisizioni
dettagliate. Questo strumento è oggi disponibile sotto forma di videocamera, che
un agente di polizia può portare con sé per monitorare la presenza di armi o
altro materiale pericoloso fra la gente. Il che comporta un ovvio problema di
riservatezza, perché questo strumento consente di vedere non solo le armi, ma
anche il corpo.
Abbiamo anche
strumenti che costringeranno l'individuo alla sobrietà e che presto arriveranno
sul mercato. Quello più sviluppato al momento riguarda il problema dell’alcool:
indipendentemente da quanto si sia bevuto, si rimane sobri. Se lo si utilizza
prima di bere, è impossibile ubriacarsi; dopo aver assunto alcool, ne annulla
immediatamente gli effetti. E’ un inibitore, inibisce l’effetto dell’alcool
sulla mente. Lo stesso sistema può essere utilizzato per cocaina, eroina e ogni
altra droga, ma è stato sviluppato in prima battuta contro l’alcool perché
rappresenta il mercato più vasto: abbiamo infatti molti più alcolisti che
tossicodipendenti. E nel mio paese, negli Stati Uniti, oltre la metà dei crimini
è legata all’abuso di alcool. E questo sistema potrebbe diventare ovviamente un
grande deterrente contro la violenza, ad esempio nei crimini domestici.
Vi sono inoltre
diversi nuovi strumenti di sorveglianza. Ad esempio c’è il global positioning
system, il sistema di localizzazione globale, nel quale si usano satelliti per
seguire ogni possibile spostamento del soggetto sotto controllo. Uno fra i
sistemi di sorveglianza più interessanti è poi quello dei "computer ubiqui", in
cui si collocano microcomputer negli abiti, negli oggetti di casa, dell’auto,
dell’ufficio, e grazie a questi dispositivi si può avere una completa
documentazione della vita di una persona, da quando si alza la mattina a quando
va a dormire, e pure mentre dorme, per ascoltare cosa dica magari anche nel
sonno. E’ probabile che i "computer ubiqui" si diffonderanno anche perché
aumenterà la nostra efficienza, dato che avremo a disposizione un archivio,
consultabile in qualsiasi momento, con tutto ciò che abbiamo fatto. E’ chiaro
che qualora la polizia potesse attingere a questi archivi digitali, avrebbe
accesso alla nostra intera esistenza. E un controllo simile potrà essere
effettuato attraverso il DNA, che si va diffondendo negli Stati Uniti come
strumento di identificazione in codice a barre. Entro i prossimi 5 o 10 anni, il
codice a barre con il DNA sarà onnipresente nel mio paese e probabilmente in
molte altre parti del mondo. E avremo allora potenzialmente fra le mani dei
dossier universali. Potremo costruire dei dossier consultabili in qualsiasi
momento, attraverso le documentazioni dei "computer ubiqui" e il codice di DNA,
che contengono ogni dettaglio della nostra vita, dallo stato medico alla fedina
penale, dal curriculum di formazione a, che so, i disturbi psichici che abbiamo
avuto. Ed è uno strumento ampiamente considerato nell’area della tutela della
legge.
Abbiamo anche
altre tecnologie che vanno in questo senso. C’è un grande sforzo di ricerca, in
particolare alla McGill University di Toronto, sulla memoria. Si è scoperto che
ogni evento significativo è registrato nella nostra mente, come su una sorta di
nastro video. E attraverso quel nastro possiamo costringere una persona, con
sensori installati su alcune aree cerebrali, a richiamare a memoria un dato
evento. Ad esempio, con un ostaggio, o con un rapinatore, o con un imputato di
violenza carnale, potremmo visualizzare le ragioni e i modi dell’evento, il che
costituirebbe un eccezionale strumento investigativo.
Ma ce ne sono
molte altre, di tecnologie, che si basano sull’assunto, diffuso negli Stati
Uniti, che i criminali siano solo delle persone spregevoli. E tali dispositivi
di controllo si sono sviluppati per sbarazzarci di queste persone spregevoli,
ossia dell’unico ostacolo alla creazione di un mondo meraviglioso.
Ad esempio, stiamo
considerando la possibilità di un invecchiamento artificiale. Presto scopriremo
le cause genetiche dell’invecchiamento, e con queste saremo in grado di vivere
più a lungo, ma anche di costringere una persona ad invecchiare artificialmente.
E sappiamo anche che la gran parte dei criminali, se non altro quelli violenti,
sono tali nel periodo che va fra i 15 e i 45 anni. Quando ha 45 anni, la gran
parte di loro si calma, cambia i propri fluidi organici, e dunque potremmo
prendere un venticinquenne che ha commesso un reato di violenza, invecchiarlo di
vent’anni ed evitare di imprigionarlo, perché a quel punto non costituirebbe più
un problema sociale.
Se proprio
volessimo eliminare tutti i criminali dalle strade, il che è peraltro un
desiderio abbastanza velleitario, potremmo fare ricorso a varie tecniche che ci
consentono di segregarli senza appesantire il nostro sistema carcerario.
Una fra queste è
la tecnica che sospende il movimento corporeo, che già è a nostra disposizione
per gli animali. Potremmo dunque "congelare", per così dire, i criminali, senza
doverci far carico delle spese per trattenerli nelle carceri, per poi doverli
lasciare andare. O potremmo fare ricorso a prigioni spaziali, collocate su
asteroidi, oppure a prigioni sottomarine dove si potrebbero coltivare alghe e
altri tipi di colture marine. Queste sono tutte possibilità che saranno a
disposizione nei prossimi dieci anni.
Un altro strumento
tecnologico a nostra disposizione è quello di secondini robotizzati, soprattutto
adesso che abbiamo l’intelligenza artificiale per gestirli. Questi robot
potrebbero rispondere a tutte le necessità odierne, e in modo economico e
semplice. Possiamo anche far ricorso alla sorveglianza elettronica, che già è
parzialmente in uso nel mio paese: prendiamo coloro che sono in libertà
condizionata all’interno di programmi di riabilitazione, e li controlliamo
elettronicamente attraverso un monitor. Al momento si usano bracciali da polso o
alla caviglia, ma in futuro potremo installarli sotto forma di impianti
organici, così come è possibile impiantare sistemi di controllo delle nascite.
Un’esperienza del genere è stata fatta, ad esempio, con una donna che aveva
abbandonato il figlio neonato in un bidone della spazzatura, perché non poteva
permettersi di mantenerlo. Non si ritenne utile, in questo caso, imprigionare la
madre, e al contempo era necessario evitare che avesse altre gravidanze. La
donna accettò un impianto contraccettivo per cinque anni, ciò le ha consentito
di evitare la prigione e di vivere in modo vigilato nella comunità.
Possiamo insomma
spingere la gente a scegliere fra la prigione o uno di questi impianti. E
potremmo decidere di impiantare sistemi di elettroshock, in modo tale da
controllare le persone in un programma di riabilitazione senza prendersi la
briga di monitorare continuamente dove sono. Se non seguissero il percorso
previsto, al lavoro o a scuola e poi diritti a casa, se uscissero dagli spazi a
loro destinati, riceverebbero automaticamente un elettroshock, che li
costringerebbe a rientrare nel territorio previsto. E qui abbiamo una situazione
che salvaguarda la libera scelta: non subisci l’elettroshock, se segui le
regole. E al tempo stesso non dovremmo spendere denaro andare a recuperare il
criminale qualora decidesse di uscire dal suo territorio. Ed è un’altra
possibilità di soluzione al problema della violenza.
Si potrebbero
elencare numerosissime altre tecnologie di controllo, ma mi limiterò a
ricordarne solo alcune. Innanzitutto, quella del condizionamento subliminale.
Sappiamo per certo che ha effetti su una parte della popolazione, anche se al
momento non sappiamo se sia universale o meno, ma senz’altro il condizionamento,
effettuato attraverso un complesso sistema di luci, immagini e suoni, spinge
parecchia gente a fare ciò che si vuole. E abbiamo allora pensato a impianti
organici di condizionamento subliminale, che ripetono un messaggio a livello
cerebrale: " fa’ la cosa giusta, fa’ come ti si dice, obbedisci la legge, sii un
buon cittadino", e così via, continuamente finché chi ha subìto l’impianto non
può pensare di fare nulla che vada contro il messaggio subliminale. Ma quando
potremmo utilizzare questa tecnologia? Al primo reato di violenza, o al secondo,
oppure se un soggetto ha una propensione alla violenza, o semplicemente
risolvere in modo definitivo la questione applicandola all’intera popolazione?
E poi c’è il
controllo biomedico. Sappiamo che a un’alta presenza di serotonina nel flusso
sanguigno corrisponde un atteggiamento calmo e riflessivo, e che alla sua
mancanza corrisponde un atteggiamento aggressivo, iperattivo, potenzialmente
pericoloso. E potremmo creare degli impianti che rilasciano sostanze chimiche
nel flusso sanguigno per preservare la calma e la riflessività. Potremmo poi far
ricorso alla telepatia. Saremo in grado di dare comandi al computer, o di far
volare aeroplani, attraverso le onde cerebrali, il che ci può consentire di
captare e leggere queste onde cerebrali, e attraverso queste di intuire
l’intenzione di commettere un crimine; e potremmo rendere illegale il semplice
pensiero di attività criminale. E potremmo usare dei chip organici di memoria,
che saranno disponibili nei prossimi dieci anni, ossia dei chip di memoria in
nanocomputer impiantati nel sistema cerebrale con i quali si potrà archiviare
un’enorme quantità di informazione, e che potremo consultare in qualsiasi
momento. Per gli agenti di polizia questo è uno strumento straordinario perché
potrebbero avere tutti i dossier criminali nell’archivio digitale, e portarlo
con sé, letteralmente nella propria testa, per strada, e controllare, nel
momento in cui vedessero qualcuno di sospetto, se si tratta di una persona
ricercata. In molti farebbero ricorso a questo strumento, perché con tutta
questa memoria a "portata di mente", per così dire, si sarebbe molto più
efficienti sul lavoro.
Riteniamo pertanto
che questa tecnologia sia destinata a incontrare una grande diffusione, quasi
universale. Il che offre un altro interessante modo di porre fine alla violenza,
vale a dire il penetrare nei computer impiantati nel sistema cerebrale. Così
come gli hacker riescono a penetrare qualsiasi sistema di difesa informatico,
potremmo avere questa attività di irruzione quale parte del lavoro di alcuni
agenti di polizia, che dovrebbero penetrare clandestinamente nel sistema
cerebrale per verificare se contenga informazioni come, ad esempio, istruzioni
per costruire una bomba!
Ma forse la
tecnologia definitiva è l’ingegneria genetica. Possiamo clonare un gene,
sostituirlo, alterarlo, cancellarlo, inserirlo; e possiamo dunque creare una
persona con tutte le caratteristiche che vogliamo. E potremmo allora
identificare il "tipo umano non criminale", crearlo e riprodurlo geneticamente.
Se realmente volessimo, potremmo avere una società interamente libera dalla
violenza.
Domanda
2
Ritiene che questo uso della tecnologia ci renderà più sicuri?
Risposta
Dipende da come si definisce il termine "sicuro". Se intendiamo con
sicurezza il fatto che si possano eliminare omicidi e violenza fisica, sì, siamo
in grado di farlo tecnologicamente. Se invece intendiamo un significato più
vicino a quello di qualità della vita, a un senso di integrazione armoniosa
nella comunità, è chiaro che questi strumenti non servono a granché, in tal
senso.
Domanda
3
E in effetti lei sostiene che, nonostante si sia in grado di porre
fine alla violenza attraverso le tecnologie, ci si debba chiedere se sia
opportuno farlo. Ciò significa che queste tecnologie comportano dei seri rischi.
Risposta
Ritengo che, fra i tre problemi che ho identificato, il principale sia
quello della perdita della privacy. Non potremmo avere privacy in un mondo nel
quale si possa vedere attraverso le pareti, quando si possa avere una
registrazione di tutto ciò che dici, in cui sono in grado di leggerti la mente,
o di penetrare nel tuo impianto cerebrale computerizzato. Dovremmo rinunciare a
ogni privacy, il che non peserebbe troppo forse ad alcuni, ma spesso chiedo alle
persone se non abbiano almeno un pensiero che non vorrebbero condividere con gli
altri, e la gran parte delle persone risponde che in effetti, alcuni pensieri,
alcune cose che hanno fatto o detto, vorrebbe tenerli per sé.
Il secondo
problema credo sia quello delle applicazioni violente di queste tecnologie
antiviolenza. Penso che i nazisti avrebbero molto apprezzato queste tecnologie,
e forse avrebbero avuto anche più successo nei progetti che stavano per
realizzare. E il terzo problema credo sia quello della disumanizzazione, il
trattare la gente non come costituita da individui ma come elementi di un gregge
da controllare. Pertanto ritengo che, per rispondere definitivamente attraverso
la tecnologia alla minaccia della violenza, dovremmo rinunciare a gran parte di
ciò che rende la vita degna d’essere vissuta.
Domanda
4
Ritiene allora che si debba abbandonare lo sviluppo e la
diffusione delle nuove tecnologie di controllo, oppure è possibile farne un
utilizzo che non produca questi problemi?
Risposta
Sì, credo che ci siano strumenti che possano vincolare l’utilizzo delle
tecnologie. Abbiamo una carta dei diritti umani, le disposizioni delle Nazioni
Unite, e negli Stati Uniti la Costituzione, che prevede dei limiti ben precisi.
Questi diritti sanciscono che solo chi è sospettato di essere coinvolto in
attività illegali possa essere portato in tribunale, e posto sotto sorveglianza
dalle autorità attraverso forme di intercettazioni ambientali. Ma non credo
proprio che monitorare l’intera popolazione con videocamere o telepatia sia un
utilizzo legittimo delle tecnologie di sorveglianza. E del resto ci si chiede
già ora quanto l’informazione digitale sia sicura, quanto non possa essere
manipolata. Pensiamo anche solo ai problemi dei telefoni cellulari. Non vi è
privacy nelle comunicazioni su cellulare: chiunque può intercettarli, e può
persino clonarli, e addebitare sul vostro conto corrente le proprie telefonate.
Ci sono molte aree delle nuove tecnologie nelle quali è difficile salvaguardare
la privacy, e il mio più grande timore è che non si possa in futuro risolvere
questo problema. Non possiamo infatti proteggere per via tecnologica la privacy
dalla sua invasione tecnologica: la tecnologia non ci aiuta, cioè, a risolvere i
problemi posti dalla tecnologia stessa.
Credo pertanto che
l’adozione delle tecnologie di sorveglianza comporti potenzialmente un
cambiamento di valori, un vero e proprio cambiamento di paradigma, soprattutto
in un paese come il mio che fa della libertà individuale la propria bandiera.
Per non rinunciare a questi diritti fondamentali della persona, ritengo che si
debba smettere di pensare che il crimine coinvolga poche persone, pochi elementi
che rendono il mondo orribile, per ripensarlo quale problema di relazione che ci
coinvolge tutti. Agli studenti del mio corso di criminologia, ad esempio, chiedo
di scrivere un tema dal titolo "I miei crimini": e non mi è mai capitato che uno
studente non ammettesse di aver commesso almeno un reato. Una cosa analoga
avviene quando chiedo a una qualsiasi riunione chi abbia subìto oppure commesso
un torto che possiamo considerare "criminale": tutti, e in entrambi i casi,
alzano la mano.
Pertanto, ritengo
che il problema della delinquenza coinvolga tutti: la questione è che alcuni
sono coinvolti nel crimine in modo più profondo, spesso per ragioni ambientali,
o per un problema che affrontano attraverso il crimine, e che produce a sua
volta una spirale di delinquenza. Ovviamente, se non diamo loro fiducia, costoro
non avranno alcuna ragione o possibilità di abbandonare questa strada, questa
spirale: essi potranno solo cercare di migliorare la propria efficacia
criminale. L’utilizzo della tecnologia di sorveglianza parte da queste premesse,
e credo che dovremmo partire invece da premesse opposte, quelle del concetto di
comunità. Non pensiamo tutti allo stesso modo, possiamo avere un aspetto,
abitudini, religioni, stili di vita diversi, ma dobbiamo imparare a convivere
con questa diversità, dobbiamo essere più tolleranti l’uno con l’altro, il che
avviene troppo poco spesso.
In tal senso, a
mio avviso, dobbiamo abbandonare l’attuale "paradigma militare" in favore di un
"paradigma pacifico", di dialogo. Abbiamo pensato che si dovesse "combattere il
crimine", o condurre una "battaglia contro la droga", per risolvere
definitivamente il problema. Ma nel mio Paese si stanno diffondendo i cosiddetti
"peace studies", che sostengono che il nostro fine debba essere di non
combattere il crimine bensì di creare condizioni di armonia nelle micro e
macrocomunità, nei quartieri ad esempio. La gente non vuole vivere in un clima
da guerra civile, con sparatorie e così via, ma in un clima di fiducia nei
confronti del vicino, dove sia possibile avere relazioni sociali, magari
competere, ma avere una buona qualità della vita. Si può ottenere ciò, a patto
che si abbia un approccio completamente diverso, e stiamo cercando di
svilupparlo, con programmi di integrazione delle comunità: andiamo a vedere cosa
i diversi individui abbiano in comune, quali siano i loro problemi di relazione,
e cerchiamo di risolverli affidandoci ai servizi sociali, alla polizia e ai
membri stessi della comunità, presupponendo che non siano malvagi. In questi
programmi la tutela dell’ordine e la comunità collaborano, insomma. Il che ci
consente di eliminare la criminalità alla radice, senza cercare di arrestare i
delinquenti, con i pessimi risultati che del resto ben conosciamo.
Ora, con ciò non
sostengo che le tecnologie di sorveglianza non debbano essere utilizzate in
alcun modo, ma che si stabiliscano dei vincoli e dei limiti di ragionevolezza al
loro utilizzo. Ci sono diverse città, ad esempio Baltimora negli Stati Uniti,
che usa strumenti di sorveglianza come videocamere in luoghi pubblici, che sono
tollerati. Esistono strumenti di monitoraggio digitale che possiamo consultare
per parole chiave, senza dover visionare l’intera registrazione. Ritengo che
questi strumenti possano essere ben accetti nei luoghi pubblici. Ma il problema,
negli Stati Uniti, è che questi strumenti sono usati sempre più negli spazi
privati come bagni e docce, perché qui è vantaggioso spiare, ad esempio, i
propri dipendenti , con la scusa che i bagni sono gli spazi in cui si assumono
droghe, le quali diminuiscono l’efficienza sul lavoro. E non credo che questo
sia accettabile. La tecnologia è uno strumento imprescindibile, ma solo se
limitato per legge a certi spazi.
Domanda
5
Cosa si può fare nell’immediato per combattere crimine e violenza
senza affidarci interamente alla tecnologia, mantenendo però un obiettivo di
relativa soluzione del problema?
Risposta
Senz’altro una strada è quella cui ho accennato parlando di un
cambiamento di paradigma, e ci sono gruppi che promuovono queste attività. Ad
esempio, io appartengo a un’organizzazione chiamata Police Futurists
International, che riunisce studiosi e ufficiali di polizia di tutto il mondo,
la quale sostiene la validità del modello di comunità che dicevo, per la quale
il problema della criminalità è un problema di comunità e non di governo
centrale o di stato, e va affrontato come tale. Si tratta di studiare una data
comunità, di determinare quale sia il problema di criminalità al suo interno e
quali siano le sue cause, studiare le modalità di intervento, e poi intervenire.
Questa pratica richiede un compito molto impegnativo per la polizia: condividere
il proprio potere con la gente. La moderna concezione di polizia trova le
proprie origine nella Londra del 1929, ed era una concezione basata su un
modello pacifista, di dialogo. La polizia aveva lo scopo di mantenere un ordine
pacifico all’interno della comunità di cui si occupava. Noi sosteniamo che si
debba tornare a questo modello originario, che non prevedeva l’uso militare
della forza nelle operazioni di polizia, che si debba abbandonare il paradigma
militare di guerra ai "corpi estranei". Pensiamo che si debbano valutare i
problemi della comunità, alcuni dei quali rientrano nella sfera della legalità
mentre altri sono propriamente illegali, e cercare di risolverli allo stesso
tempo. L’obiettivo primario è pertanto quello di costituire un concetto di
comunità, soprattutto all’interno di situazioni urbane, come sono diffusissime
in Europa, in cui numerose famiglie abitano in spazi molto ristretti senza
neppure conoscersi, il che a volte crea tensioni potenzialmente esplosive.
Quando non ci si conosce, automaticamente si ha diffidenza. E allora dobbiamo
lavorare per promuovere la conoscenza reciproca, e per scoprire cosa sia
condiviso dai diversi soggetti di una comunità.
L’alternativa a
questo modello, quella che si affida alla tecnologia, per me è inaccettabile.
Non credo si possa tollerare una situazione come quella descritta da Orwell in
"1984", o da Huxley in Brave New World. Ma è anche vero che una buona parte dei
miei studenti sostiene di apprezzare il modello disegnato in Brave New World, e
dichiara di voler vivere in un mondo simile. Il che mi inquieta molto, perché
anche solo 15 anni fa nessuno dei miei studenti avrebbe voluto vivere in quel
mondo.
Domanda
6
Ci siamo chiesti, fin qui, cosa possa essere fatto, e cosa debba
essere fatto. Data la sede "futurologica" della nostra discussione, cosa crede,
personalmente, che sarà realmente fatto?
Risposta
Abbiamo due modelli dicotomici, quello militare e quello pacifico. E in
molti hanno interesse a promuovere il modello militare. L’hanno usato per anni,
hanno conseguito alcuni successi, hanno vissuto suscitando paure nella gente: e
il modo per mantenere il modello militare è quello di spingere la gente a
pensare, che so, che rischia di subire aggressioni mentre dorme se non si
finanzia e non si fornisce di strumenti una polizia di stampo militare. Dati
questi interessi, è difficile modificare il paradigma. Al tempo stesso ci sono
gruppi come Police Futurists International che promuovono non tanto la paura
popolare ma la necessità di instaurare un clima di dialogo.
Secondo me, la
paura del crimine costituisce un problema di proporzioni analoghe a quelle del
crimine di per sé. Se la gente ha paura di uscire di casa, si barrica dietro
porte blindate, non ha relazioni e non partecipa agli avvenimenti sociali, non
va in centro a fare spese, abbiamo un problema di qualità della vita, la stiamo
devastando. Mi chiedo quale sia il piacere del vivere barricati in casa. E se
adottassimo tecnologie sofisticate di sorveglianza, potremmo sì uscire di casa,
ma avremmo paura per la nostra privacy, per la possibile invasione della nostra
vita privata, perché non posso fare ciò che voglio ma solo ciò che vogliono io
faccia. In entrambi i casi abbiamo paura, ed è proprio quello che ritengo ci si
debba lasciare alle spalle in futuro. E credo che riusciremo a farlo. Stiamo
lavorando per un nuovo modello di giustizia in questo paese, e abbiamo il World
Wide Web, attraverso il quale si può dare informazione su se, come e dove sia
avvenuto un crimine. Dovremmo istituire delle pene di "risarcimento", che
possano almeno in parte restituire all’individuo e alla comunità ciò che è stato
sottratto o colpito, e quindi cercare una strategia di riconciliazione fra chi
ha commesso e chi ha subìto il torto. E qualora il reato sia da ricondurre a
problemi di relazione, o a mancanze di abilità sociali in chi l’ha commesso,
dovremmo cercare di risolvere questi problemi e di fornirgli gli strumenti per
non rifarlo. Ora, alcuni possono vedere il modello che suggeriamo simile al
vecchio modello di riabilitazione, ma non lo è, perché non prevede solo
un’enfasi su come cambiare il colpevole. No, noi sosteniamo che chi ha sbagliato
debba pagare, debba risarcire in qualche modo la vittima e la comunità. Ma dopo
aver pagato, riteniamo che debba essere aiutato a rientrare nella comunità. Uno
dei problemi insiti nel presupposto che i criminali siano persone
intrinsecamente meschine è che, anche quando hanno scontato la loro pena e
risarcito, per così dire, il loro debito nei confronti della società, la colpa
continuerà a seguirli ovunque vadano, e non otterranno un lavoro, i loro figli
saranno discriminati, e così via. Questo modello è incompatibile con il perdono.
Ed è veramente strano, e avvilente, che in un Paese come il mio, gli Stati
Uniti, che è emerso dalla cristianità e che si è costruito sugli imperativi
cristiani, sia probabilmente uno dei paesi al mondo che meno conosce il valore
del perdono.
Fonte http://www.mediamente.rai.it/biblioteca/biblio.asp?id=318&tab=bio